Rientrata la Van Allen Probe A: l’attività solare ne ha accelerato la caduta

La mattina dell’11 marzo 2026 un satellite della NASA è rientrato nell’atmosfera terrestre dopo quasi 14 anni in orbita. Si tratta della sonda Van Allen Probe A, lanciata nel 2012 insieme alla sua gemella per studiare le fasce di radiazione omonime che circondano la Terra.

Il rientro è avvenuto sopra l’Oceano Pacifico orientale alle 10:37 UTC, in una fascia temporale in linea con le previsioni, secondo quanto confermato dalla U.S. Space Force, nonostante l’orbita molto ellittica rendesse più difficile prevedere con precisione il momento del rientro.  La sonda seguiva  infatti un’orbita con un perigeo di circa 600 chilometri e un apogeo superiore ai 30.000 chilometri, attraversando ripetutamente le fasce di radiazione terrestri.
La geometria dell’orbita, molto vicina al piano equatoriale (inclinazione di circa 10 gradi), escludeva qualsiasi rischio per Europa e Italia, limitando la possibile area di caduta alle regioni equatoriali.

Durante la discesa, la maggior parte del satellite si è disintegrata a causa dell’attrito con l’atmosfera, che può portare le temperature a migliaia di gradi, ma alcuni componenti più resistenti potrebbero essere sopravvissuti e finiti in mare.
La NASA aveva stimato una probabilità di danni estremamente bassa, circa una su 4.200 (0,02%). Questo perché il 70% della superficie terrestre è coperto da oceani e le aree abitate occupano solo una piccola parte del pianeta: è quindi molto più probabile che eventuali frammenti cadano in mare aperto piuttosto che su una città, come avviene nella maggior parte dei rientri incontrollati.

Guarda una rappresentazione artistica delle due sonde gemelle Van Allen Probes in orbita attorno alla Terra per studiare le fasce che portano il suo nome. Crediti: JHU/APL, NASA

Dopo una missione operativa di oltre sette anni, le sonde Van Allen erano state disattivate nel 2019 per esaurimento del propellente, entrando a far parte dei rifiuti spaziali e rimanendo in orbita negli anni successivi fino al rientro, avvenuto in modo graduale.

Questo processo è dovuto alla resistenza dell’atmosfera superiore, che rallenta progressivamente gli oggetti fino a farli rientrare. In questo caso, però, il rientro è avvenuto circa otto anni prima del previsto: l’aumento dell’attività solare negli ultimi anni ha infatti “gonfiato” gli strati più alti dell’atmosfera, aumentando l’attrito e accelerando il decadimento orbitale del satellite.

Non si tratta di un caso isolato: con l’aumento del numero di oggetti in orbita, i rientri, controllati e incontrollati, stanno diventando sempre più frequenti. Solo nel febbraio 2026 sono stati registrati 66 rientri, tra satelliti e rifiuti spaziali.

[A cura di Daria Guidetti]