Sepolta sotto l’Oklahoma, la struttura da impatto di Ames era stata associata a una serie di collisioni avvenute nell’Ordoviciano. Una nuova analisi suggerisce invece che potrebbe essersi formata circa cento milioni di anni più tardi, vicino nel tempo a una grande estinzione della vita marina. Un legame tra l’impatto e l’estinzione resta però da dimostrare.
Sotto la cittadina di Ames, nello stato americano dell’Oklahoma, si nasconde una struttura da impatto larga circa 14–16 chilometri. Non è visibile in superficie: la ricoprono quasi tre chilometri di sedimenti. La sua forma circolare fu riconosciuta nel 1991 durante esplorazioni petrolifere, grazie a indagini sismiche che permettono di ricostruire gli strati del sottosuolo osservando come vi si propagano le onde. Le successive perforazioni hanno raggiunto le rocce della struttura e fornito campioni da studiare.
La forma circolare fu il primo indizio, ma a riconoscere Ames come un cratere da impatto è stato l’insieme delle osservazioni sulle sue rocce. Nei campioni estratti dal sottosuolo i geologi hanno trovato rocce frantumate e in parte fuse, insieme a minerali segnati da pressioni estreme.
Nel quarzo e nello zircone sono presenti sottili strutture di deformazione, disposte secondo piani regolari all’interno dei cristalli: tracce dello shock prodotto dalla collisione. La forma circolare, da sola, non sarebbe bastata a stabilire l’origine della struttura.
Fin dai primi studi era importante stabilire quando si fosse formato: per ricostruire la storia geologica della zona e capire se Ames appartenesse a una serie di impatti avvenuti circa 467 milioni di anni fa, nell’Ordoviciano. La data attribuita alla struttura si basava soprattutto su fossili di animali marini estinti, i cosiddetti conodonti, trovati nelle rocce che la riempiono.
Ma quei fossili indicano l’età degli organismi, non necessariamente quella dell’impatto: una collisione più recente avrebbe potuto scavare rocce antiche e incorporarne i fossili nel cratere. Anche precedenti tentativi di datare direttamente le rocce avevano prodotto risultati difficili da interpretare.
Una nuova età per Ames
Per mettere alla prova la cronologia accettata, un gruppo internazionale guidato dall’Università del Texas ad Austin ha condotto uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Meteoritics & Planetary Science. Il gruppo ha analizzato campioni provenienti dalla carota di una perforazione: un cilindro di roccia estratto in profondità e conservato per le analisi. Da rocce coinvolte nell’impatto ha isolato piccoli cristalli di zircone, misurando il rapporto tra uranio e piombo. Poiché l’uranio si trasforma gradualmente in piombo, questo rapporto permette di ricavare una data. I ricercatori hanno osservato anche la struttura interna dei cristalli per capire quali trasformazioni avessero subito.
Guarda la mappa della struttura sepolta di Ames: i colori distinguono i diversi tipi di roccia, mentre i simboli indicano i pozzi esplorativi. Crediti: Catlos et al. (2026) – Koeberl et al. (1997).
Il gruppo di zirconi più giovani ha restituito una data di 369,7 ± 5,9 milioni di anni. Gli autori interpretano il risultato come un indizio che Ames si sia formato nel Devoniano superiore, circa cento milioni di anni più tardi rispetto alla stima tradizionale. In questa ricostruzione, i fossili ordoviciani appartenevano a rocce già esistenti, scavate e rimescolate dall’impatto. Ames non farebbe quindi parte della serie di collisioni dell’Ordoviciano a cui era stato associato.
La nuova età proposta apre anche un’altra questione. Intorno a 372 milioni di anni fa, tra due intervalli del Devoniano chiamati Frasniano e Famenniano, una grave crisi colpì numerosi organismi marini. La data ottenuta per gli zirconi di Ames è vicina a quella dell’evento, ma la vicinanza cronologica non dimostra che l’impatto abbia contribuito all’estinzione. Per verificare un possibile legame servirebbero una data più precisa per il cratere e prove dei suoi effetti sull’ambiente.
Guarda i cristalli di zircone analizzati dai ricercatori: la loro composizione isotopica ha fornito gli indizi per proporre una nuova età per Ames. Crediti: Catlos et al. (2026).
Non è stato individuato un corpo celeste specifico che possa essere identificato come responsabile dell’impatto. Anche l’età dell’evento richiede ulteriori verifiche: i 369,7 milioni di anni sono una data ricavata dagli zirconi, non una misura diretta e definitiva del momento in cui si aprì il cratere. Gli autori propongono di analizzare nuovi campioni per chiarire questo rapporto.
[A cura di Daria Guidetti]