I campioni dell’asteroide Bennu, riportati sulla Terra dalla missione NASA OSIRIS-REx, rivelano che molecole fondamentali per la vita possono formarsi anche in ambienti freddi e irradiati, ampliando gli scenari chimici legati agli asteroidi del Sistema Solare primordiale.
I campioni raccolti dall’asteroide Bennu rappresentano uno dei materiali più antichi e incontaminati mai analizzati in laboratorio. Riportati sulla Terra nel 2023 dalla missione NASA OSIRIS-REx, permettono di studiare direttamente la chimica del Sistema Solare primordiale, senza le alterazioni che caratterizzano molti meteoriti dopo l’ingresso nell’atmosfera terrestre.
Lanciata nel 2016, la missione OSIRIS-REx aveva come obiettivo principale quello di raggiungere un asteroide near-Earth, studiarne le proprietà fisiche e chimiche e riportare a Terra un campione di materiale superficiale. Dopo aver orbitato attorno a Bennu per oltre due anni e averne mappato in dettaglio la superficie, la sonda ha prelevato con successo campioni di regolite asteroidale nell’ottobre 2020, tramite una manovra di tipo touch-and-go, senza atterraggio completo. Il materiale è stato poi riportato sulla Terra nel settembre 2023 all’interno di una capsula di rientro ed è oggi conservato e analizzato in condizioni controllate nei laboratori terrestri.
Proprio grazie a questo materiale eccezionale, una nuova ricerca offre oggi una prospettiva inedita sull’origine delle molecole organiche legate alla vita. Lo studio, pubblicato il 9 febbraio sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, mostra che alcuni amminoacidi presenti nei campioni di Bennu potrebbero non essersi formati in ambienti temperati e ricchi di acqua liquida, come ipotizzato a lungo, ma in condizioni molto più estreme.
Le analisi indicano infatti una possibile origine in regioni fredde del Sistema Solare primordiale, dove il ghiaccio era esposto alla radiazione, suggerendo percorsi chimici alternativi per la formazione dei cosiddetti “mattoni della vita”. Lo studio si è concentrato su diversi amminoacidi, in particolare sulla glicina, la molecola più semplice di questa classe e uno degli indicatori chiave della chimica prebiotica.
Attraverso misure isotopiche ad altissima sensibilità, è stato possibile ricostruire la “storia chimica” di queste molecole, mostrando che le loro firme isotopiche non sono compatibili con i processi classici che richiedono acqua liquida e temperature miti. Al contrario, i dati suggeriscono una formazione avvenuta all’interno di ghiacci irradiati, probabilmente nelle regioni più esterne del giovane Sistema Solare.
Il confronto con altri campioni extraterrestri rafforza questa interpretazione. Gli amminoacidi trovati nella meteorite Murchison, una delle più studiate meteoriti carbonacee, presentano firme isotopiche differenti, coerenti con una formazione in ambienti più caldi e ricchi di acqua. Bennu e Murchison sembrano quindi raccontare storie chimiche diverse, pur contenendo molecole simili, indicando che i corpi progenitori di asteroidi e meteoriti non si sono formati tutti nello stesso tipo di ambiente.
Un aspetto particolarmente interessante riguarda la varietà degli amminoacidi analizzati. Non solo la glicina, ma anche molecole più complesse mostrano comportamenti inattesi, come differenze isotopiche marcate tra forme speculari della stessa molecola. Questo suggerisce che i processi chimici che hanno operato sugli asteroidi siano stati più complessi e diversificati di quanto ipotizzato finora, e che abbiano potuto lasciare tracce già nelle fasi più antiche dell’evoluzione del sistema solare.
Nel loro insieme, questi risultati indicano che il Sistema Solare primordiale non offriva un unico percorso chimico per la formazione degli amminoacidi, ma una pluralità di ambienti e processi diversi. Molecole fondamentali per la vita sembrano essersi formate sia in regioni interne più calde e ricche di acqua liquida, sia in zone esterne fredde, dominate da ghiacci e radiazione, mostrando che la chimica prebiotica è stata un fenomeno diffuso e robusto, capace di adattarsi a contesti molto differenti.
In questo quadro, gli asteroidi emergono non come semplici “contenitori” di materiale primordiale, ma come veri e propri laboratori chimici naturali. Per la ricerca su asteroidi e meteoriti, ciò significa ampliare lo sguardo verso una pluralità di percorsi chimici possibili e rafforzare il valore scientifico delle missioni di ritorno di campioni, fondamentali per comprendere l’origine dei mattoni della vita sulla Terra e, potenzialmente, anche in altri sistemi planetari.