Greenland: quando la cometa colpisce… ma la scienza non sempre

Titolo: Greenland
Regista: Ric Roman Waugh
Durata: 119 minuti
Anno: 2020

Una cometa interstellare compare all’improvviso nei cieli della Terra. All’inizio sembra uno spettacolo affascinante, ma in poche ore si trasforma in una minaccia globale. È da qui che parte Greenland, film catastrofico del 2020 che mette in scena uno degli scenari più estremi della difesa planetaria: l’impatto di una cometa frammentata.
In questa recensione analizziamo quanto questa rappresentazione sia realistica, tra elementi scientificamente plausibili e soluzioni decisamente più cinematografiche.

Guarda la locandina ufficiale italiana del film Greenland (2020). Credits: STX Films / Lucky Red.

Nel film, la cometa prende il nome di Clarke: un oggetto proveniente da un altro sistema stellare, scoperto solo da poche settimane e descritto come composto da centinaia di frammenti ghiacciati, con una coda talmente lunga che non se ne vede la fine, visibile in pieno giorno.

Dal punto di vista scientifico, alcuni di questi elementi trovano riscontro nella realtà, mentre altri risultano più forzati. Le comete interstellari sono oggetti molto veloci, quindi è possibile che non vengano rilevate con tanto anticipo. Sono oggetti sconosciuti a prescindere dalla loro provenienza. Il fatto che un oggetto di questo tipo sia osservabile oppure no dipende dalla sua posizione rispetto al Sole. 

Anche se molto brillante, se una cometa arriva dalla direzione del Sole potrebbe passare inosservata e comparire dal nulla, come nel film. Si potrebbe prendere come esempio la Grande Cometa del 1910 (C/1910 A1), la quale fu scoperta il 12 gennaio 1910, da dei minatori poco prima dell’alba, quando aveva già una magnitudine apparente di -1, e raggiunse il perielio cinque giorni dopo. Questa cometa fu una tra le più brillanti mai registrate, divenuta visibile in pieno giorno da entrambi gli emisferi quando ha raggiunto una magnitudine apparente di -5. 

Quindi l’elevata luminosità di Clarke è verosimile, ma la sua rappresentazione in una delle scene iniziali del film, girata al supermercato, è esagerata, in quanto si vedono troppo ben definite sia la chioma che la coda. In ogni caso, le comete interstellari sono oggetti molto rari: finora ne abbiamo osservate solo due, perciò il fatto che un oggetto di questo tipo punti proprio verso la Terra rimane comunque poco plausibile. 

Guarda il trailer ufficiale di Greenland:

Nel film, le prime notizie sulla cometa vengono rese pubbliche senza generare particolare allarme, anzi la cometa viene osservata con indifferenza. Le previsioni iniziali sono infatti rassicuranti: si pensa che i frammenti più grandi entreranno nell’atmosfera disintegrandosi prima di raggiungere il suolo.

Proprio per questo, il primo impatto segna un brusco cambio di scenario. Il film entra così nella fase più spettacolare, in cui gli effetti degli impatti diventano centrali nel racconto.
Il primo frammento, grande quanto un campo da football, secondo le previsioni sarebbe dovuto cadere nell’oceano al largo delle Bermuda, ma inaspettatamente impatta nella Florida centrale scatenando una fortissima onda d’urto, avvertita fino a 2400 km di distanza. Nella scena finale si può vedere il grandissimo cratere formatosi, esteso quanto l’intera Florida (circa 130 km), decisamente troppo grande per essere stato prodotto da un frammento di circa 200 m.

In generale, il cratere prodotto da un impatto è molto più grande dell’oggetto che lo ha causato, si parla tipicamente di 20 volte il suo diametro. Tuttavia, per stimare gli effetti di un impatto, è fondamentale conoscere anche la velocità di arrivo, un dato che nel film non viene mai menzionato.
Questo aspetto è cruciale perché l’energia cinetica dell’oggetto, cioè l’energia che viene trasferita al suolo al momento dell’impatto, dipende dal quadrato della velocità. Anche ipotizzando valori estremi, come una velocità di 100 km/s, un oggetto di 200 m genererebbe un cratere di circa 3-4 km, e la conseguente onda d’urto sarebbe appena percepibile a una distanza di 600 km. La rappresentazione del film risulta quindi decisamente spettacolare e molto cinematografica, ma poco realistica dal punto di vista scientifico.

Viene poi accertato l’impatto di un frammento killer di 14 km solo 48 ore prima dell’evento. In realtà, per oggetti di queste dimensioninormalmente a poche ore dall’evento si dovrebbe conoscere non solo la traiettoria ma anche il luogo dell’impatto con buona precisione.
L’incertezza mostrata nel film appare quindi in parte forzata: è comprensibile dal punto di vista narrativo, perché aumenta la tensione, ma finisce per restituire un’immagine poco realistica delle capacità di previsione degli scienziati.

Un elemento chiave del film è la frammentazione della cometa, che merita un confronto diretto con quanto osservato in casi reali.
Dopo la caduta del primo frammento, nel film si susseguono rapidamente altri eventi catastrofici con gli impatti di altri frammenti. Nei notiziari, si citano città distrutte in diverse parti del mondo: Bogotà rasa al suolo, dopodiché Tokyo, New York e l’ultimo frammento, il più grande, avrebbe impattato in Europa.

Il fatto che una cometa si frammenti è realistico: a differenza degli asteroidi, le comete sono oggetti più fragili. Abbiamo già assistito a un evento di frammentazione di una cometa: è il caso della Shoemaker-Levy 9, che, nel 1994, si disgregò  in 21 frammenti prima di impattare su Giove sotto l’effetto dell’immenso campo gravitazionale del gigante gassoso. 

A seguito di una frammentazione, per la conservazione dell’energia, i vari pezzi però seguono orbite molto simili tra loro, muovendosi lungo la stessa traiettoria. L’unica spiegazione plausibile per spiegare gli impatti continui e distribuiti in zone del Pianeta così distanti tra loro, come succede nel film, è che l’incontro tra la  Terra e la cometa avvenga lungo traiettorie tangenti: in tale scenario, visto che le orbite hanno una parte in comune molto ampia, è ragionevole che i frammenti colpiscono in successione varie zone del Pianeta anche lontane tra loro. Possiamo chiamarlo “effetto gira-arrosto”: mentre la Terra ruota su se stessa e i frammenti arrivano da una direzione simile, essa espone progressivamente all’impatto aree diverse.
Inoltre, anche frammenti che passano relativamente vicini alla Terra, possono essere deviati e attratti dal campo gravitazionale del Pianeta e colpirla. 

Quello che rimane poco plausibile è che la sequenza degli impatti si protragga per circa due giorni, e che anche i frammenti più piccoli arrivino integri al suolo. In realtà, tutti i frammenti minori tenderebbero a esplodere in atmosfera con conseguente onda d’urto e onda termica. Per esempio, un frammento cometario di 50 m anche a velocità molto elevata  (dell’ordine di 100 km/s), difficilmente arriverebbe al suolo: si disintegrerebbe a circa 90 km di quota ed esploderebbe a circa 10 km da terra, liberando una notevole energia, come l’evento di Tunguska, citato anche nel film.

Un altro elemento del film che merita attenzione riguarda la rappresentazione dei materiali espulsi durante gli impatti.
Nella scena del film in cui i protagonisti si stanno dirigendo all’aeroporto, mentre sono in macchina, si osserva la caduta di detriti di roccia fusa. In un contesto di forte panico e confusione, lo spettatore potrebbe interpretarli come frammenti della cometa, in realtà dal punto di vista fisico, è più plausibile che si tratti di ejecta, cioè materiale terrestre fuso che viene espulso durante l’impatto e la formazione di un cratere.
Questo elemento è quindi realistico. Tuttavia, la sequenza degli eventi non è coerente: prima della produzione degli ejecta si sarebbe dovuta avvertire una forte scossa di terremoto dovuta all’impatto, che nel film è assente. In altre scene, invece, accade il contrario: dopo la caduta di un frammento si avvertono la scossa e l’onda d’urto ma non vengono mostrati gli ejecta, che dovrebbero essere sempre presenti in un evento di questo tipo.

Nella parte finale il film si concentra invece sulla sopravvivenza, spostando l’attenzione dagli effetti fisici alle conseguenze su scala umana.
L’impatto del frammento killer, quello principale, nell’Europa occidentale viene accertato con pochissimo anticipo. In casi come questo, l’unica possibilità di sopravvivenza sarebbe evacuare la zona più esposta e rifugiarsi sotto terra in zone lontane dall’epicentro.

Evacuare un intero continente in due giorni è chiaramente impossibile, però nel film molte persone riescono a rifugiarsi all’interno di bunker militari, tra cui alcuni in Groenlandia. Questa scelta è teoricamente possibile, visto che la Groenlandia è abbastanza distante dalla zona d’impatto, ma la sopravvivenza in bunker isolati per lunghi periodi è comunque estremamente difficile. Innanzitutto il bunker deve trovarsi abbastanza in profondità e deve essere strutturalmente progettato per resistere a terremoti di magnitudo elevata, per esempio rinforzato con cemento armato o altri materiali oltre a disporre di efficienti sistemi di filtrazione dell’aria e di autonomia energetica, tramite generatori o reattori nucleari.

La vera criticità è però la sopravvivenza nel lungo termine. Infatti in uno scenario catastrofico di questo tipo, il tempo necessario affinché l’aria torni di nuovo respirabile e i gas tossici si disperdano completamente potrebbe essere dell’ordine di decenni. Nel film, invece, la Terra sembra ristabilirsi in soli nove mesi: una semplificazione narrativa efficace, ma poco realistica dal punto di vista scientifico.
Oltre alla Groenlandia, nel film anche altre stazioni militari confermano la loro sopravvivenza, tra cui quelle di Helsinki e Parigi. Tuttavia, entrambe le città si trovano in prossimità dell’epicentro dell’impatto: in uno scenario del genere nulla in quella zona sarebbe potuto sopravvivere, nemmeno all’interno di un bunker.


Anche la rappresentazione complessiva degli effetti finali risulta poco plausibile. Nella scena conclusiva la Terra viene mostrata cosparsa da crateri, con il più grande che occupa metà Europa. Una rappresentazione di questo tipo implica effetti devastanti su scala continentale, incompatibili con la sopravvivenza di infrastrutture e popolazioni nelle aree circostanti.

In questo contesto, anche anche le dimensioni dei crateri  appaiono irrealistiche: un oggetto di 14 km anche ad elevata velocità (consideriamo sempre 100 km/s), avrebbe formato un cratere con diametro di circa 270 km, significativamente inferiore rispetto a quello rappresentato nel film, grande tre volte l’Italia. 

Al di là degli aspetti più spettacolari, il film semplifica anche in modo significativo il processo reale di gestione del rischio da impatto.
Nella realtà, tutti i possibili nuovi oggetti devono essere segnalati al Minor Planet Center (MPC), un’organizzazione statunitense con sede a Cambridge (Massachusetts) che, su incarico dell’Unione Astronomica Internazionale, raccoglie osservazioni da tutto il mondo, calcola le orbite e ne pubblica i risultati. Questo passaggio consente ad altri osservatori di effettuare osservazioni di conferma e di migliorare progressivamente la determinazione orbitale.
Se le prime soluzioni orbitali indicano che l’oggetto potrebbe avvicinarsi all’orbita terrestre, entrano in gioco il Center for Near-Earth Object Studies della NASA e il Near-Earth Object Coordination Center dell’ESA, che calcolano in modo indipendente la probabilità di impatto. Se questa supera una certa soglia (1% su un arco di 10-50 anni) intervengono organismi internazionali come l’IAWN (International Asteroid Warning Network) che diffonde l’allerta e lo SMPAG (Space Mission Planning Advisory Group) che propone possiibli piani d’azione.

All’aumentare delle osservazioni, si raccolgono sempre più dati: composizione, dimensione, possibili velocità d’impatto, e la situazione si definisce meglio. Il rischio può diminuire, come è successo per gli asteroidi Apophis e, più recentemente, 2024YR4, o aumentare, come nella simulazione della Planetary Defence Conference 2025, nel quale l’ipotetico asteroide 2024 PDC25, dopo quattro anni di osservazioni, ha raggiunto il 100% di probabilità di colpire la Terra.
Nel complesso, la realtà è perciò molto più rigorosa rispetto al film, che omette l’intero processo scientifico affidando la circolazione delle informazioni esclusivamente ai notiziari, trasformando l’evento in un fenomeno mediatico.

Nel suo insieme, possiamo collocare Greenland a metà strada tra spettacolo e plausibilità scientifica: alcuni elementi trovano riscontro nella realtà, mentre altri sono fortemente semplificati per esigenze narrative.

Si ringrazia Albino Carbognani per il confronto scientifico nella realizzazione di questa recensione.

[A cura di Elisa Cattari]