Il continuo aumento dei lanci orbitali sta portando sotto i riflettori un problema finora poco esplorato: l’impatto ambientale dei rientri di satelliti e rifiuti spaziali in atmosfera. Se finora l’attenzione si è rivolta soprattutto al rischio meccanico legato all’eventuale impatto dei frammenti al suolo, oggi emerge la necessità di studiare le conseguenze chimiche della loro vaporizzazione tra i 50 e i 120 chilometri di quota.
In questa fascia, compresa tra la mesosfera e la termosfera inferiore, le conseguenze fisiche della disintegrazione dei detriti restano ancora in gran parte ignote. Uno studio pubblicato su Communications Earth & Environment ha però segnato un punto di svolta, documentando per la prima volta in modo diretto una nube di inquinamento da litio generata dal rientro incontrollato di un rifiuto spaziale.
La ricerca si è avvalsa del Lidar RMR, un sofisticato strumento di telerilevamento laser del Leibniz-Institute situato nella Germania settentrionale. Sintonizzando il raggio sulla transizione atomica del litio (alla lunghezza d’onda di circa 670 nanometri), i ricercatori hanno misurato con estrema precisione la concentrazione di questo metallo tra i 94 e i 97 chilometri di altitudine. Sebbene il litio sia comune nella costruzione di satelliti e vettori, la sua presenza naturale a tali quote è solitamente minima.
Nel febbraio 2025, lo strumento ha rilevato un picco improvviso, con concentrazioni dieci volte superiori ai valori di base, che è rimasto visibile per circa mezz’ora prima della fine della sessione di registrazione. Le analisi hanno escluso l’origine naturale, come il rilascio di materiale da meteore: i calcoli confermano infatti che nessun processo atmosferico noto avrebbe potuto generare una simile concentrazione in modo spontaneo.
L’origine della nube è stata identificata con precisione: si tratta dello stadio superiore di un razzo Falcon 9 che, esaurita la sua funzione e diventato un rifiuto spaziale, è rientrato sopra l’Oceano Atlantico il 19 febbraio 2025. La sua disintegrazione ha prodotto una spettacolare palla di fuoco osservata sopra l’Europa Centrale da persone, radar e telecamere tra le 3:44 e le 3:52 UTC.
Attraverso simulazioni, i ricercatori hanno dimostrato come il materiale vaporizzato sia stato trasportato dai venti d’alta quota per circa 20 ore, percorrendo migliaia di chilometri prima di essere intercettato dal laser in Germania.
Questo risultato dimostra chiaramente come l’hardware spaziale stia alterando la composizione chimica dell’alta atmosfera. I materiali di satelliti e razzi non svaniscono nel nulla dopo la combustione, ma si trasformano in vapori e particelle che persistono in strati delicati, venendo ridistribuiti su scala globale.
Sebbene si tratti del monitoraggio di un singolo evento, lo studio evidenzia l’urgenza di comprendere le conseguenze a lungo termine di questi inquinanti. Con l’espansione delle costellazioni satellitari , è prioritario chiarire come l’accumulo di residui metallici possa alterare l’equilibrio dell’alta atmosfera e la protezione del nostro Pianeta.
[A cura di Daria Guidetti]