La tempesta solare del 19–20 gennaio 2026: cause ed effetti

Il 18 gennaio 2026 la regione attiva solare AR 4341 si trovava sulla fotosfera a 14° di latitudine eliografica sud e 22° di longitudine est. Era formata da 18 macchie solari che ricoprivano un’area pari a 1,5 miliardi di km quadrati, pari a circa 3 volte la superficie della Terra.
La struttura magnetica del gruppo era complessa, classificata come beta-gamma, in quanto costituita da polarità magnetiche opposte fortemente mescolate tra loro. Questo ha determinato un significativo accumulo di energia magnetica, che può essere liberata in modo impulsivo e dare origine a brillamenti solari anche molto intensi.

Infatti, il 18 gennaio 2026 dalle 18:27 alle 19:26 ora italiana la regione solare attiva AR 4341 ha dato origine a un brillamento a raggi X di classe X1.9, un evento di elevata intensità. Il picco di emissione è stato registrato alle 19:09 ora italiana.
Guarda il brillamento solare X1.9 osservato il 18/01/2026. Crediti: NASA/SDO – JHelioviewer.

L’energia totale irradiata dal brillamento nella banda dei raggi X molli (con lunghezze d’onda comprese tra 0,1 e 0,8 nanometri) è stata pari a 10²³ joule; meno di un miliardesimo (circa 4,3 × 10¹³ joule) di questa energia sono stati intercettati dalla Terra.
Il brillamento ha prodotto intensi lampi di radiazione elettromagnetica, giunti sulla Terra circa 8,3 minuti dopo l’emissione sul Sole. La radiazione X ha determinato un aumento della ionizzazione della ionosfera terrestre, modificandone le proprietà di riflessione e assorbimento delle onde radio.
Questo ha causato interruzioni significative nella propagazione delle onde corte (HF) e un aumento della turbolenza del plasma ionosferico, che ha impedito e disturbato la ricezione a Terra dei segnali radio dei satelliti GPS.
Un effetto analogo è stato prodotto da una intensa emissione radio associata al brillamento solare, nella stessa banda di frequenze utilizzata dai satelliti GPS, che ha ulteriormente compromesso il funzionamento dei ricevitori GPS a terra.

Particelle energetiche sono state accelerate a velocità sub-relativistiche (estremamente elevate ma inferiori a una frazione significativa della velocità della luce) e le più energetiche hanno raggiunto la Terra nel giro di qualche decina di minuti.
Seguendo le linee di forza del campo magnetico interplanetario, protoni ed elettroni sono fluiti verso le regioni polari terrestri, dove le linee di forza del campo geomagnetico risultano aperte.
Questo ha prodotto un Assorbimento alle Calotte Polari, causando una forte interruzione della propagazione delle onde corte (HF) e delle onde ad altissima frequenza (VHF) in tali regioni.

La tempesta di particelle è stata di intensità molto elevata, raggiungendo la classe S4 il 19 gennaio 2026; successivamente l’intensità è diminuita, ma l’evento risulta ancora in corso alla data del 20 gennaio 2026.

In associazione al brillamento solare, è stata accelerata un’eiezione coronale di massa (CME), una bolla di plasma solare magnetizzato espulsa dalla corona solare, che ha raggiunto la Terra in circa 25 ore. La CME si è propagata con una velocità media di circa 1.660 km/s (pari a circa 6 milioni di km/h), arrivando in prossimità della Terra alle 20:38 ora locale italiana del 19 gennaio 2026; si è trattato dunque di un evento particolarmente veloce.

Al momento dell’impatto con il campo geomagnetico, la componente meridionale Bz del campo magnetico della CME era negativa, cioè antiparallela alla corrispondente componente del campo geomagnetico terrestre. Questa configurazione ha favorito la riconnessione magnetica tra i due campi, consentendo una più efficiente penetrazione delle particelle solari della CME nella magnetosfera terrestre.
L’effetto dell’impatto è risultato quindi massimo, dando origine a una tempesta geomagnetica di intensità estremamente elevata e alla comparsa di aurore polari intense, osservate fino a basse latitudini.

La tempesta geomagnetica è iniziata alle 18:30 ora italiana del 19 gennaio 2026 e ha raggiunto la massima intensità tra le 22:00 e le 23:00, classificandosi come G4 (severa, livello 4 su 5). Successivamente, l’intensità è diminuita per alcune ore, per poi aumentare nuovamente, mantenendosi prima in classe G3 (forte, livello 3 su 5) e quindi ancora in classe G4 (severa) fino alle 15:00 CET del 20 gennaio 2026, quando è tornata a diminuire attestandosi nuovamente su livelli G3 (forti).

Le previsioni della NOAA indicano che fino a domani, 21 gennaio 2026, il campo geomagnetico rimarrà perturbato a livelli moderati (classe G2, livello 2 su 5), per poi scendere a livelli minori (classe G1, livello 1 su 5) e tornare infine in condizioni di quiete, una volta che la Terra sarà completamente uscita dai residui della CME.

Guarda il grafico dell’indice kp planetario aggiornato alle ore 16 ora italiana del 20/01/2026. Questo indice fornisce una stima della perturbazione del campo magnetico terrestre nel suo complesso, mediata su scala planetaria.

Le aurore polari sono state osservate anche a basse latitudini, come avviene durante tempeste geomagnetiche molto intense e prolungate, che determinano una marcata espansione degli ovali aurorali nord e sud — le regioni centrate sugli estremi settentrionale e meridionale dell’asse del campo geomagnetico — fino a latitudini prossime all’Equatore nei casi più estremi.

Gli ovali aurorali individuano le zone in cui elettroni (e anche protoni) energetici penetrano nella ionosfera terrestre, tipicamente fino a quote di 200–100 km, ma anche fino a circa 50 km nelle regioni caratterizzate da anomalie magnetiche. In queste regioni, le particelle trasferiscono la loro energia agli atomi e alle molecole delle specie chimiche presenti — in particolare azoto e ossigeno — attraverso collisioni.

Gli atomi e le molecole così eccitati si diseccitano in tempi brevi, restituendo l’energia assorbita sotto forma di fotoni, cioè di radiazione visibile (fenomeno di fluorescenza). Il colore della luce emessa, e quindi la sua lunghezza d’onda, dipende dalla specie chimica coinvolta, dal suo stato di ionizzazione e dalla quota alla quale avviene la collisione.

Guarda le luci aurorali osservate da Trieste. Crediti: Gigliola Antonazzi, Centro Studi Astronomici Antares Trieste.

Nel corso delle aurore del 19–20 gennaio 2026, la radiazione visibile emessa è stata di particolare intensità, come accade negli eventi aurorali più energetici. In particolare, sono state osservate emissioni di colore verde e rosso: le aurore verdi sono dovute a collisioni con ossigeno atomico (O) a quote comprese tra 100 e 150 km, mentre le aurore rosse sono prodotte da collisioni con ossigeno atomico a quote più elevate, oltre i 200 km e fino a circa 400 km.

[a cura di Mauro Messerotti]