Titolo: L’ultima missione: Project Hail Mary
Registi: Phil Lord e Christopher Miller
Durata: 156 minuti
Anno: 2026
Il Sole si sta indebolendo, così come diverse stelle vicine. Le conseguenze sulla Terra potrebbero essere catastrofiche: il calo dell’energia ricevuta dal nostro pianeta provocherebbe una drastica diminuzione delle temperature entro pochi decenni.
Bisogna trovare una soluzione, nasce la missione Hail Mary: costruire una nave interstellare capace di compiere un viaggio verso Tau Ceti, unica stella che non presenta decrementi di luminosità, per scoprire cosa la rende stabile.
In questa recensione metteremo alla prova la scienza di Project Hail Mary, il film tratto dall’omonimo romanzo di Andy Weir. Tra motori interstellari, astrofagi e relatività, la storia intreccia concetti scientifici reali e idee decisamente più speculative. Quanto c’è di plausibile nella missione per salvare il Sole?
Guarda la locandina ufficiale italiana del film Project Hail Mary (2026). Credits: Eagle Pictures
Tutto ha inizio quando Irina Petrova, astronoma esperta di osservazioni radio e infrarosse, scopre una striscia di radiazione infrarossa che si estende dal Sole fino a Venere: la cosiddetta linea Petrova. Una sonda inviata a raccoglierne dei campioni riporta sulla Terra dei microrganismi denominati astrofagi, responsabili dell’oscuramento del Sole.
Grace, biologo protagonista del film, scopre che questi organismi appaiono estremamente scuri nelle osservazioni disponibili, perché assorbono in modo molto efficiente la radiazione stellare. Studiandoli più a fondo, capisce che si tratta di cellule aliene composte quasi interamente da acqua, le quali si nutrono di energia solare: assorbono fotoni che poi riemettono sotto forma di radiazione infrarossa, alla frequenza specifica della linea Petrova.
Nutrendosi dell’energia stellare, gli astrofagi sottraggono progressivamente luminosità alle stelle che infestano, causando il fenomeno osservato nel Sole e nelle altre stelle vicine. Inoltre, si moltiplicano molto rapidamente nell’atmosfera di Venere, composta per circa il 96,5% da anidride carbonica, motivo per cui si spostano verso il pianeta.
Guarda il trailer ufficiale di Project Hail Mary:
La linea Petrova: esiste qualcosa di simile?
Il primo aspetto da esaminare con la lente della scienza è proprio la linea Petrova, uno dei concetti più iconici del film.
Nel film viene rappresentata come una linea di emissione perfettamente confinata, generata dagli astrofagi che, viaggiando avanti e indietro, hanno creato una sorta di ponte tra il Sole e Venere.
Ovviamente, gli astrofagi sono frutto di fantasia, ma la linea Petrova richiama alcuni fenomeni reali in cui materia ed energia vengono trasferite tra corpi celesti.
In natura infatti, in alcuni casi si osservano flussi più o meno canalizzati di materia ed energia tra due corpi celesti, per esempio: trasferimenti di plasma tra due stelle binarie vicine o tra una stella e un buco nero. È sempre un flusso canalizzato, ma ciò che guida il trasferimento è la gravità e la linea che si forma è di norma molto più ampia. Ciò che si osserva è l’emissione di raggi X e di luce visibile nel disco di accrescimento di materiale che si forma attorno alla stella più compatta.
Un altro esempio riguarda le lune di Giove e Saturno, le quali generano flussi di materia e correnti elettriche che hanno importanti effetti sulla magnetosfera dei pianeti giganti. Per quanto riguarda l’emissione termica, anche gli anelli di Saturno, formati da particelle di ghiaccio e polvere, assorbono la luce solare, perciò si scaldano ed emettono sotto forma di radiazione infrarossa.
Gli astrofagi tra scienza e fantascienza
Se la linea Petrova trova qualche lontana analogia in fenomeni astrofisici reali, gli astrofagi appartengono invece alla fantascienza. Si tratta infatti di organismi descritti come forme di vita basate su carbonio e acqua, capaci di nutrirsi direttamente dell’energia di una stella e di prosperare in un ambiente caratterizzato da temperature estreme e intense radiazioni che, per quanto ne sappiamo, sarebbe incompatibile con qualsiasi forma di vita conosciuta.
Gli organismi più resistenti alle alte temperature che conosciamo sono i tardigradi, che possono sopravvivere per brevi periodi a temperature di circa 150 °C. Sulla fotosfera solare, invece, la temperatura raggiunge circa 5500 °C. A questo si aggiungono l’intensa radiazione ultravioletta, le particelle energetiche, i raggi X e i raggi cosmici, tutti fattori che tenderebbero a danneggiare rapidamente molecole complesse come il DNA e le proteine terrestri.
Tra le caratteristiche più evidenti degli astrofagi c’è il loro colore estremamente scuro, dovuto alla straordinaria capacità di assorbire energia sotto forma di radiazione e di riemetterla nell’infrarosso. L’aspetto scuro degli astrofagi può ricordare alcune strutture osservabili sul Sole, come le macchie solari e i filamenti, che appaiono anch’essi più scuri della fotosfera. La somiglianza, tuttavia, si ferma qui: nel caso delle macchie e dei filamenti, questo aspetto è dovuto al fatto che sono costituiti da plasma relativamente più freddo rispetto alle regioni circostanti del disco solare.
Il vero elemento centrale è però il modo in cui gli astrofagi immagazzinano e utilizzano energia. Quando si trovano vicino a una stella, questi organismi assorbono energia sotto forma di fotoni e la immagazzinano trasformandola in massa sotto forma di coppie neutrino-antineutrino. Quando si muovono, riuscirebbero poi a riconvertire questa riserva energetica in radiazione infrarossa.
Energia, neutrini e il cuore del problema
Il meccanismo richiama il principio di equivalenza tra massa ed energia descritto dalla celebre relazione di Einstein E=mc². La conversione tra massa ed energia è infatti un fenomeno reale e ben noto in natura: durante le reazioni nucleari che avvengono all’interno delle stelle, una piccola frazione della massa viene trasformata in energia, permettendo loro di brillare per miliardi di anni. L’efficienza di questo processo è di circa lo 0,7%.
Nel film, però, gli astrofagi portano questo concetto all’estremo. L’energia verrebbe immagazzinata e recuperata attraverso un processo basato su neutrini e antineutrini, con un’efficienza del 100% e senza alcuna dispersione sotto forma di calore residuo: una caratteristica che renderebbe gli astrofagi il carburante perfetto per un viaggio interstellare.
L’esistenza di un organismo del genere cambierebbe radicalmente la nostra società e potrebbe portare a uno sviluppo tecnologico ed energetico senza precedenti.
È proprio qui che emerge l’aspetto più fantascientifico dell’intera idea. I neutrini sono particelle che nella fisica conosciuta interagiscono pochissimo con la materia e possono attraversare quasi indisturbati enormi spessori di materia, compresi interi pianeti. Pensare di utilizzarli come serbatoio energetico è quindi estremamente problematico. Anche la loro produzione a partire dalla radiazione è un processo molto inefficiente. L’idea che una singola cellula possa produrre, trattenere e riutilizzare neutrini a piacimento appartiene quindi pienamente alla fantascienza.
Le difficoltà non si fermano qui. Convertire energia in massa è infatti un processo estremamente complesso: per produrre anche piccole quantità di materia serve un’enorme quantità di energia. Inoltre, nei processi noti di produzione di particelle entrano in gioco vincoli di conservazione e spesso si formano coppie particella-antiparticella che, se non separate o controllate, possono annichilire riconvertendosi in energia.
Infine, il fatto che questi organismi siano immaginati con una chimica basata su carbonio e acqua non è l’aspetto più improbabile della storia. Il carbonio è infatti l’elemento fondamentale della vita come la conosciamo grazie alla sua straordinaria capacità di formare legami stabili e una vastissima varietà di molecole, comprese quelle alla base del DNA, delle proteine e delle membrane cellulari.
Anche l’acqua rappresenta un candidato naturale come solvente biologico. Esistono alternative teoriche, come l’ammoniaca, ma le particolari proprietà chimiche dell’acqua, tra cui la sua polarità e la capacità di favorire le reazioni tra molecole, la rendono particolarmente adatta a sostenere i processi necessari alla vita. Se dovessimo immaginare organismi extraterrestri, una biochimica basata su carbonio e acqua rimane quindi una delle ipotesi più ragionevoli.
Il motore della Hail Mary
Una volta compreso il funzionamento dell’astrofago e il suo ciclo riproduttivo, nel film viene progettato il motore che permetterà alla nave Hail Mary di raggiungere Tau Ceti.
Questo sfrutta un emettitore a raggi infrarossi impostato sulla lunghezza d’onda dell’anidride carbonica per attirare gli organismi che, una volta eccitati, emettono radiazione infrarossa e spingono la nave in avanti. In pratica sfrutta l’effetto razzo: emettendo fotoni ad alta intensità dalla parte posteriore della nave, si genera una spinta in avanti per effetto della terza legge di Newton.
Il funzionamento di questo motore è limitato all’esistenza dell’astrofago e alle sue regole, perché per spingere un’astronave di alcune tonnellate serve una potenza enorme. Per un motore a fotoni la spinta F è legata alla potenza emessa P dalla relazione F = P/c: poiché c, la velocità della luce, è enorme, ottenere una spinta significativa richiede potenze gigantesche.
Inoltre, il calore generato da un motore di questo tipo è molto intenso e se una nave usasse questa tecnologia verrebbe fusa rapidamente. Nel film questo problema viene affrontato utilizzando gli stessi astrofagi come schermatura termica della nave, poiché sono in grado di assorbire il calore come fonte di nutrimento.
Una tecnologia reale che condivide almeno in parte questa filosofia è il motore a ioni, una forma di propulsione elettrica utilizzata da diverse sonde spaziali. In questo caso non vengono emessi fotoni ma particelle cariche accelerate elettricamente, che generano una spinta continua. La spinta fornita è decisamente più bassa rispetto a quella del motore rappresentato nel film, ma nel vuoto, in assenza di attrito, se applicata per lungo tempo permette alla sonda di raggiungere velocità molto maggiori di quelle ottenibili con i carburanti chimici tradizionali.
Nel film, però, il motore ad astrofagi permette di spingersi ben oltre le capacità delle tecnologie oggi disponibili. I motori a fotoni esistono come concetto teorico e rispettano le leggi della fisica, ma oggi non disponiamo di sorgenti energetiche sufficientemente potenti da renderli praticabili per il trasporto interstellare.
La nave Hail Mary parte così per un viaggio di sola andata verso Tau Ceti, distante 11,9 anni luce dalla Terra.
La nave viaggia a oltre il 90% della velocità della luce (circa 0,92c), perciò entrano in gioco gli effetti della relatività speciale. Per gli osservatori sulla Terra il viaggio dura circa 13 anni, mentre per Grace trascorrono poco più di 5 anni. Inoltre, a causa della contrazione relativistica delle lunghezze, la distanza verso Tau Ceti appare ridotta da 11,9 a circa 4,7 anni luce. Questi effetti sono descritti dal fattore di Lorentz γ, che nel film vale circa 2,55.
Nel film vengono riportati valori simili, perciò la relatività è stata applicata correttamente. Resta comunque pura immaginazione compiere un viaggio interstellare di questa durata a velocità prossime a quelle della luce. La sonda più veloce mai costruita finora è la Parker Solar Probe, che ha raggiunto una velocità di circa 192 km/s, oltre mille volte inferiore a quella raggiunta dalla Hail Mary nel film.
Tau Ceti, Taumoeba e la soluzione del mistero
Arrivato nel sistema di Tau Ceti, Grace incontra Rocky, un alieno giunto fin lì per il suo stesso motivo. Unendo le rispettive competenze scientifiche, i due scoprono che l’immunità della stella è dovuta a un’interruzione nella linea Petrova locale, situata proprio in corrispondenza del pianeta Tau Ceti E.
Attraverso una complessa attività extraveicolare, i protagonisti riescono a raccogliere campioni dall’atmosfera del pianeta e a isolare microrganismi denominati Taumoeba. Questi si rivelano essere i predatori naturali degli astrofagi: nutrendosene, agiscono come un limitatore biologico, impedendo agli astrofagi di proliferare e di sottrarre alla stella una quantità significativa di energia.
Grace scopre però che i Taumoeba sono vulnerabili all’azoto e riesce a selezionare una variante resistente. Anche questo dettaglio appartiene pienamente alla fantascienza: l’azoto molecolare è una sostanza estremamente stabile e poco reattiva, tanto da essere spesso utilizzata come gas inerte. Una vulnerabilità biologica così estrema verso l’azoto è quindi difficile da giustificare dal punto di vista scientifico. Nel film, però, questa caratteristica permette a Grace di spedire i microrganismi verso la Terra a bordo di una sonda e salvare il pianeta.
Cosa accadrebbe davvero se il Sole si indebolisse?
Il Sole non ha sempre avuto la luminosità attuale. Nei primi miliardi di anni della sua storia brillava con circa il 70% della luminosità odierna. Nonostante ciò, la Terra riuscì a mantenere acqua liquida e condizioni favorevoli alla vita grazie a complessi meccanismi di regolazione climatica e atmosferica. La differenza fondamentale rispetto al film è però la scala temporale: queste variazioni avvennero nell’arco di centinaia di milioni di anni, mentre in Project Hail Mary il cambiamento si verifica in pochi decenni.
Nel film si parla di un calo di temperatura di circa 10–15 °C nell’arco di trent’anni, ma per alterare profondamente il clima terrestre basterebbe molto meno. Durante l’ultima era glaciale, ad esempio, la temperatura media globale era inferiore di soli 5–6 °C rispetto a quella attuale. Un raffreddamento di questa entità comporterebbe l’espansione delle calotte glaciali, un abbassamento del livello del mare e profonde trasformazioni degli ecosistemi, con molte specie incapaci di adattarsi al nuovo clima. Inoltre, verrebbero alterati il ciclo dell’acqua, i regimi delle precipitazioni e la disponibilità di acqua dolce.
Su tempi geologici, un abbassamento delle temperature rallenterebbe anche alcuni processi di sequestro della CO₂ dall’atmosfera, mentre l’attività vulcanica continuerebbe a reimmetterla. Questo meccanismo tende a contrastare il raffreddamento, ma agisce su scale temporali di milioni di anni ed è quindi troppo lento per compensare un cambiamento rapido come quello mostrato nel film.
Se la diminuzione della luminosità solare fosse sufficientemente intensa e prolungata, il pianeta potrebbe addirittura entrare in uno stato noto come Snowball Earth (“Terra a palla di neve”). In questo scenario i ghiacci si espanderebbero fino a ricoprire gran parte della superficie terrestre. L’elevata riflettività del ghiaccio farebbe inoltre rimbalzare nello spazio una frazione sempre maggiore della luce solare, amplificando ulteriormente il raffreddamento in un potente meccanismo di retroazione positiva. Una volta instaurato, questo meccanismo tende ad autoalimentarsi, rendendo estremamente difficile l’uscita da una fase di glaciazione globale.
Project Hail Mary poggia su presupposti dichiaratamente fantascientifici, ma ha il merito di trasformare concetti reali come energia stellare, clima, relatività e ricerca scientifica in una storia capace di ricordarci quanto sia fragile l’equilibrio che rende abitabile il nostro pianeta.
Si ringraziano Alessandro Bemporad e Roberto Orosei per il confronto scientifico nella realizzazione di questa recensione.
[A cura di Elisa Cattari]
Questo articolo è stato realizzato nell’ambito del tirocinio dell’Università di Bologna presso INAF – Istituto di Radioastronomia, all’interno del progetto Sorvegliati Spaziali.